In alto, sul nostro sito, abbiamo scelto di mettere una frase di Yosef Haim Brenner:
«Non è la teoria l’essenziale, ma il programma pratico.»
Non Herzl. Non Ben-Gurion. Non Jabotinsky. Brenner.
La scelta non è casuale, perché Yosef Haim Brenner rappresenta forse una delle forme più difficili, meno celebrative e proprio per questo più autentiche del sionismo delle origini.
Nato nel 1881 nell’Impero russo, nell’attuale Ucraina, cresciuto nella povertà e nell’educazione religiosa tradizionale, Brenner attraversò quasi tutte le fratture dell’ebreo europeo del suo tempo: la perdita della fede, il socialismo, la letteratura russa, il servizio nell’esercito zarista e la diserzione, l’esilio, Londra, il lavoro tipografico e infine, nel 1909, l’arrivo in Eretz Israel. Fu scrittore, traduttore, insegnante, operaio per un periodo, polemista e soprattutto uno dei protagonisti della nascita della moderna letteratura ebraica in Terra d’Israele.
Ma chiamarlo semplicemente «sionista» rischia di non spiegare nulla. Brenner era un sionista tormentato. Non possedeva l’ottimismo ordinato di chi pensa che la Storia abbia già deciso da quale parte andare. Era pessimista, inquieto, severissimo innanzitutto con il proprio popolo. Poteva sostenere con passione l’aliyah e, contemporaneamente, sottoporre il movimento sionista e la società ebraica a una critica feroce. La sua letteratura è popolata dalla fatica, dal fallimento, dalla solitudine, dalla precarietà dell’esistenza. Il sionismo di Brenner non nasceva dalla certezza che tutto sarebbe andato bene. Nasceva quasi dalla convinzione opposta.
Ed è precisamente qui che Brenner diventa straordinariamente contemporaneo.
Il suo sionismo potrebbe essere condensato in un’espressione diventata inseparabile dalla sua figura: «Af al pi chen» — אף על פי כן. E nonostante tutto.
Nonostante la paura. Nonostante le contraddizioni. Nonostante gli errori degli ebrei stessi. Nonostante l’ostilità degli arabi.
Nonostante la possibilità del fallimento…
…si costruisce.
Brenner non aveva bisogno di convincersi che la realtà fosse bella per considerarla degna di essere affrontata. È questa, forse, la differenza fondamentale tra il suo pessimismo e il nichilismo. Il nichilista osserva le macerie e conclude che nulla abbia senso. Brenner poteva guardare le stesse macerie e concludere che bisognava comunque cominciare a lavorare.
Era un malinconico caparbio. E questa apparente contraddizione contiene qualcosa di profondamente ebraico e profondamente israeliano: dubitare e continuare; discutere e costruire; lamentarsi ferocemente della propria casa e, quando quella casa è minacciata, sapere perfettamente che è l’unica ed la propria, e per questo va difesa.
Per questo abbiamo scelto proprio lui.
Israele Senza Filtri non nasce per costruire una teoria perfetta di Israele. Non pretende che Israele sia una società perfetta, che i suoi governi siano infallibili, che il movimento sionista non abbia commesso errori o che ogni israeliano debba pensarla nello stesso modo: sarebbe contrario alla stessa natura di Israele.
Esiste invece un punto oltre il quale la discussione deve trasformarsi in responsabilità. Il programma pratico.
Raccontare Israele in italiano. Difenderne il diritto all’esistenza senza chiedere permesso. Contestare le falsificazioni quando diventano senso comune. Criticare Israele quando riteniamo che debba essere criticato, senza trasformare quella critica nell’ennesimo processo all’esistenza dello Stato ebraico. Costruire una comunità capace di discutere, anche violentemente se necessario sul piano delle idee, senza dimenticare ciò che la tiene insieme.
Perché il sionismo, prima di essere una teoria, è stato una sequenza impressionante di cose concrete: imparare nuovamente una lingua. Insediarsi. Coltivare la terra. Stampare giornali. Fondare scuole. Costruire quartieri. Difendersi. Accogliere altri ebrei. Litigare su come dovesse essere organizzata la società e, il mattino successivo, tornare comunque al lavoro.
Brenner stesso contribuì a trasferire il centro della vita letteraria ebraica dall’Europa alla Terra d’Israele. Non si limitò quindi a scrivere della rinascita ebraica: partecipò materialmente alla costruzione della cultura che avrebbe accompagnato quella rinascita.
La sua biografia ebbe un epilogo che rende impossibile leggerla senza una certa inquietudine: nel maggio del 1921, durante i disordini di Giaffa, Brenner venne assassinato da degli arabi insieme ad altri ebrei. Aveva trentanove anni. La sua morte sconvolse il piccolo Yishuv e contribuì a trasformare uno scrittore già centrale nella cultura ebraica in una delle figure simboliche della rinascita nazionale.
Non vide lo Stato d’Israele. Non vide la rivoluzione nazionale del 1948.
Non vide l’ebraico diventare la lingua quotidiana di milioni di persone.
Non vide città, università, eserciti, industrie, kibbutzim, laboratori, giornali e famiglie sorgere nella terra nella quale era arrivato nel 1909.
E probabilmente, conoscendo Brenner, avrebbe trovato moltissimo da criticare anche nell’Israele che alla fine nacque.
Forse è proprio per questo che ci piace.
Perché non abbiamo scelto il motto di un uomo che prometteva il paradiso. Abbiamo scelto quello di un uomo che conosceva molto bene la possibilità dell’inferno e riteneva comunque necessario costruire e restare .
Israele Senza Filtri vuole appartenere a quella tradizione: niente consolazioni artificiali, niente perfezioni immaginarie, niente culto dell’ottimismo.
Guardare la realtà. Discuterla.Raccontarla.
E poi fare qualcosa.
«Non è la teoria l’essenziale, ma il programma pratico.»
Per questo quella frase è lassù. Per ricordarlo agli altri. E, soprattutto, per ricordarlo a noi stessi.
Il sionista malinconico
Modificato il 14 settembre 2026 alle 08:16
Pubblicato sul canale Israele Senza Filtri
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