«È la cosa più importante che abbia fatto nella mia carriera». Avi Issacharoff, coautore di Fauda insieme a Lior Raz, commenta così l’impatto della quinta stagione, dedicata al 7 ottobre e alle sue conseguenze. Due episodi affrontano direttamente gli orrori di quella giornata; gli altri ne raccontano il trauma e le ripercussioni.

Il successo attraversa anche il mondo arabo. Secondo le classifiche di FlixPatrol, nel fine settimana Fauda ha raggiunto il primo posto tra le serie Netflix in Libano. Venerdì era seconda in Giordania, con piazzamenti importanti anche negli Emirati Arabi Uniti e in Arabia Saudita. Un risultato che ha sorpreso gli stessi autori.

Issacharoff spiega che l’obiettivo non era realizzare uno strumento diplomatico per Israele, ma raccontare, da israeliani, una storia sentita come un’urgenza personale. Rivolge però un’accusa durissima agli organismi governativi: a suo giudizio, dopo il fallimento del 7 e dell’8 ottobre, continuano a essere inadeguati anche nella comunicazione internazionale, lasciando agli avversari uno spazio pressoché incontrastato.


Alcuni utenti sui social hanno scritto di aver compreso per la prima volta, attraverso la serie, che cosa fosse accaduto in Israele il 7 ottobre 2023. Sono testimonianze individuali, non la prova di un cambiamento generalizzato dell’opinione pubblica, ma meritano attenzione.

Il punto non è scambiare una fiction per un documentario, né una classifica di ascolti per una conversione politica. È riconoscere una possibilità: un racconto può aprire uno spazio di ascolto anche dove una dichiarazione ufficiale troverebbe soltanto ostilità. E portare lo spettatore a vedere nelle vittime israeliane non un’astrazione geopolitica, ma esseri umani.