Ci sono immagini che dovrebbero provocare vergogna e indignazione in qualunque israeliano. Non perché danneggiano la reputazione internazionale del nostro Paese, ma perché mostrano comportamenti che nessuna società civile, nessuno Stato di diritto e nessun sionista degno di questo nome dovrebbe tollerare.
Quanto accaduto oggi, 16 ottobre, in Giudea e Samaria è semplicemente disgustoso.
A Abu Falah, nei pressi di Ramallah, decine di estremisti israeliani, molti dei quali mascherati, hanno aggredito palestinesi impegnati nella raccolta delle olive e giornalisti presenti sul posto. Secondo le testimonianze raccolte da Reuters, circa ottanta persone sono scese dalle colline circostanti, alcune armate di bastoni, fionde e altri strumenti offensivi.
La fotografa americana Heidi Levine, collaboratrice del Washington Post e professionista che da decenni documenta i conflitti internazionali, è stata scaraventata a terra, percossa ripetutamente e privata della propria attrezzatura.
Le immagini mostrano una donna a terra, circondata da individui mascherati che continuano a colpirla. Levine ha raccontato dall’ospedale che il giubbotto protettivo e il casco le hanno probabilmente salvato la vita.
Una donna a terra. Presa a calci. Colpita con bastoni. Da uomini che pretendono di appartenere al nostro stesso popolo e che, evidentemente, ritengono di poter agire al di sopra della legge.
Non esistono parole sufficientemente dure per condannare una simile vigliaccheria.
E non è finita. Nella zona di Turmus Ayya sono stati incendiati ulivi e veicoli appartenenti a palestinesi. Nei pressi di Birzeit è stata segnalata l’aggressione a un uomo palestinese di settant’anni.
Non stiamo parlando di legittima difesa. Non stiamo parlando della protezione delle comunità israeliane minacciate dal terrorismo palestinese. Non stiamo parlando di operazioni dell’esercito contro organizzazioni terroristiche.
Stiamo parlando di violenti che si accaniscono contro civili, distruggono proprietà e pretendono di sostituire la propria brutalità all’autorità dello Stato.
Chi si comporta così non è un difensore di Israele. È un nemico della sua legalità, della sua credibilità e dei principi sui quali dovrebbe fondarsi una società ebraica democratica.
Il sionismo è il movimento di liberazione nazionale del popolo ebraico. Ha restituito agli ebrei la sovranità e la possibilità di essere responsabili del proprio destino. Ma essere sovrani significa anche assumersi responsabilità morali, giuridiche e politiche.
Uno Stato ebraico non è una licenza per esercitare violenza contro chiunque non sia ebreo.
Il nostro diritto all’autodeterminazione non viene rafforzato quando un contadino palestinese viene picchiato mentre raccoglie le olive. La nostra sicurezza non aumenta quando una macchina viene incendiata. La nostra sovranità non diventa più solida quando un gruppo di fanatici mascherati aggredisce una giornalista.
Accade esattamente il contrario.
Ogni bastonata inferta a un civile innocente è un’offesa ai valori che Israele afferma di difendere. Ogni aggressione rimasta impunita è un cedimento della sovranità dello Stato davanti alla violenza privata.
E chi pensa di poter giustificare tutto questo invocando il terrorismo palestinese dimostra di non aver compreso la differenza fondamentale tra uno Stato democratico e le organizzazioni terroristiche che lo combattono.
Israele deve combattere Hamas, la Jihad Islamica e qualunque organizzazione che cerchi di massacrare i suoi cittadini. Deve proteggere le proprie comunità e garantire la sicurezza dei propri abitanti, anche in Giudea e Samaria.
Ma proprio per questo non può permettere che individui mascherati si trasformino in milizie private, arrogandosi il diritto di picchiare, incendiare e terrorizzare.
La forza di Israele risiede anche nella differenza tra la violenza criminale e l’uso legittimo della forza da parte delle istituzioni.
Quando questa distinzione viene cancellata, a perdere non sono soltanto le vittime delle aggressioni. A perdere è lo Stato stesso.
Il Consiglio regionale di Binyamin ha parlato di provocazioni organizzate, sostenendo che palestinesi e attivisti avrebbero attaccato gli israeliani. Sono affermazioni che devono essere verificate. Ma anche qualora vi fossero state provocazioni o lanci di pietre, nulla potrebbe giustificare il pestaggio di una giornalista inerme, già a terra.
Nessuna provocazione conferisce il diritto di massacrare qualcuno di botte.
Ancora più grave è quanto riferito da diversi testimoni sulla condotta delle forze di sicurezza israeliane, accusate di non aver fermato tempestivamente gli aggressori e di aver impiegato gas lacrimogeni contro i palestinesi. L’IDF ha annunciato accertamenti e ha dichiarato che, secondo una prima ricostruzione, i soldati non avrebbero assistito direttamente al pestaggio di Levine.
Questi elementi richiedono un’indagine rigorosa, capace di stabilire le responsabilità individuali, comprese eventuali omissioni da parte di chi aveva il dovere di intervenire.
Perché un soldato israeliano non presta giuramento a una banda di fanatici. Risponde allo Stato di Israele, alle sue leggi e alla propria catena di comando.
E la divisa dell’IDF non può diventare, neppure per inerzia, uno scudo dietro il quale dei delinquenti si sentano liberi di agire.
La responsabilità politica, a questo punto, è inevitabile. Il governo israeliano deve dimostrare con i fatti che la violenza estremista non gode di alcuna protezione. Le condanne verbali non bastano più.
Servono identificazioni, arresti quando ne ricorrano i presupposti, procedimenti penali, misure contro gli aggressori armati e risarcimenti per le vittime. Servono inoltre verifiche serie sulla condotta delle forze presenti sul territorio.
E soprattutto deve finire l’idea che basti essere ebrei, abitare in un insediamento o rivendicare un legame religioso con una terra per sentirsi autorizzati a violare la legge.
Questo non significa criminalizzare gli abitanti degli insediamenti, molti dei quali conducono una vita pacifica e rispettano la legalità. Significa precisamente il contrario: impedire che una minoranza violenta pretenda di rappresentarli tutti.
È necessario dirlo con assoluta chiarezza: non tutti i coloni sono violenti, ma tutti i violenti devono rispondere delle proprie azioni, indipendentemente dal fatto che siano coloni.
C’è poi una questione ancora più profonda.
Chi ama davvero Israele deve avere il coraggio di denunciarne le degenerazioni senza aspettare che siano i suoi nemici a farlo.
Non abbiamo bisogno delle lezioni morali di chi giustifica il 7 ottobre, minimizza il terrorismo palestinese o nega il diritto all’esistenza dello Stato ebraico. Ma il comportamento dei nostri avversari non può diventare l’alibi per ignorare i crimini commessi da israeliani.
Il nostro giudizio morale non può dipendere dall’identità nazionale della vittima o dell’aggressore.
Se condanniamo un palestinese che aggredisce un civile ebreo, dobbiamo condannare con la stessa fermezza un ebreo che aggredisce un civile palestinese.
Non è una concessione all’antisionismo. È una conseguenza del nostro sionismo.
La raccolta delle olive è un’attività agricola, un lavoro, una tradizione familiare. Nessun civile dovrebbe aver bisogno di una scorta per raccogliere i frutti dei propri alberi. E nessun giornalista dovrebbe rischiare di essere pestato per aver documentato ciò che accade.
Un Paese che ha costruito la propria identità sulla libertà del popolo ebraico non può guardare con indifferenza chi cerca di privare altri esseri umani della loro sicurezza attraverso la violenza.
Chi oggi ha preso a calci Heidi Levine, chi ha colpito i contadini palestinesi e chi ha incendiato gli ulivi non ha compiuto alcun atto patriottico. Ha compiuto azioni ripugnanti, sulle quali la giustizia israeliana deve intervenire.
Non è eroismo. È vigliaccheria.
Non è amore per la Terra d’Israele. È fanatismo distruttivo.
Non è sionismo. È la sua degradazione.
E proprio chi si dichiara sionista dovrebbe essere il primo a pretendere che questi individui vengano fermati e chiamati a rispondere davanti alla legge.
Perché Israele non è proprietà di una banda di uomini mascherati.
Israele è uno Stato. E in uno Stato, a comandare deve essere la legge. Mai la violenza dei fanatici.
I violenti che infangano Israele, nessuno di questi osi definirsi sionista
Modificato il 16 ottobre 2026 alle 18:19
Pubblicato sul canale Israele Senza Filtri
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